Home » Articoli » Live Review » Torino Jazz Festival 2026 - Parte 2
Torino Jazz Festival 2026 - Parte 2
Courtesy Acid Rain Productions
Varie Sedi
29 aprile2 maggio 2026
Parafrasando il titolo di un famoso libro di Cormac McCarthy, sarebbe bello poter affermare che "Non è un festival per vecchi." Purtroppo, salvo rari appuntamenti, anche il Torino Jazz Festival non riesce a contraddire un fenomeno ormai consolidato in Italia come all'estero: la composizione prevalente dell'attuale pubblico jazz è tutt'altro che giovane. Eppure va sottolineato il fatto che nella capitale piemontese, a differenza che in altri festival, la maggior parte dei concerti prevede l'ingresso gratuito e prezzi molto contenuti in quelli a pagamento, offrendo una programmazione ricca di produzioni originali e appuntamenti in esclusiva italiana.
La principale prerogativa della manifestazione diretta da Stefano Zenni è quella di coinvolgere varie realtà istituzionali della città, dislocando le numerose esibizioni in location anche insolite e lontane dal centro storico. Quest'aspetto di diffusione urbanistica è certamente voluto e qualificante, in quanto teso a scoprire e valorizzare zone e contenitori di diversa natura, anche se può risultare condizionante nella scelta dei concerti da seguire di giorno in giorno. Per quanto mi riguarda quest'impostazione ha in parte indirizzato il mio calendario; avendo concentrato la mia permanenza al festival solo nelle quattro giornate finali, è capitato che abbia incontrato e recensito molti gruppi italiani, per altro validissimi, con la sola eccezione della pianista Lisa Ullen, dalla quale inizio il mio resoconto.
La solo-performance mattutina al Teatro Juvarra della sessantunenne pianista coreana, trasferitasi negli anni Novanta a Stoccolma dove ha completato la sua formazione, ha fatto riscontro a quella omologa sostenuta nella passata edizione dalla più giovane franco-filippina Margaux Oswald, in quanto entrambe le artiste sono fortemente orientate verso una sperimentazione molto avanzata. Coadiuvata dall'ingegnere del suono John Chantler, in "Transposing Sun" la pianista ha presentato una versione estesa e radicalizzata del brano "After Sun" contenuto nel suo disco Heirloom edito nel 2024. La sonorità del suo pianismo, per lo più compassato, meditabondo e frammentato da pause, è stata perennemente offuscata e deformata, soprattutto nel registro medio-basso, da azioni sulla cordiera e da un costante bordone elettronico. Si sono così materializzati ora gli effetti asciutti e metallici propri del clavicembalo, ora le risonanze avvolgenti dei gong balinesi, più spesso una persistente, corrusca e crepitante tessitura astratta, con alcuni picchi di parossismo percussivo. Un aspetto sonoro così concepito ha costituto la particolarità prevalente e peculiare dell'interessante performance, che ha voluto previlegiare la statica concentrazione su un comportamento introspettivo, sull'approfondimento di una ricerca sensoriale ed emotiva circoscritta, piuttosto che l'articolazione di un percorso pianistico più contrastato e narrativo.
Fra le proposte italiane più trasversali e mirate, alla Scuola Holden si è assistito allo spettacolo "Solo una cosa ho avuto nel mondo," messo in scena ormai da un paio d'anni dal duo Monica DemuruCristiano Calcagnile. Il progetto si basa sulla trasposizione immaginaria dell'episodio "La ricotta" di Pier Paolo Pasolini, uno dei quattro del film a più mani Ro.Go.Pa.G del 1963, del quale viene esasperato in chiave surreale lo spirito disperato e popolaresco. Compenetrando musica e teatro si dipana una performance in cui i due comprimari intrecciano, stratificano, alternano di continuo i propri ruoli. La declamazione della drammaturga Demuru, resa risonante dall'amplificazione fino ad alonare a tratti il testo, prende mille facce e mille voci: impennate di lirico trasporto, ripiegamenti in parti introiettate e meditative, sussurri e grida, ammiccamenti fittizi con il pubblico, momentanei ricalchi della recitazione stentorea di Carmelo Bene, l'uso di dialetti, soprattutto il romanesco, o di una distaccata dizione italiana, fino ad inserire episodi di canto, in particolare una versione dolente di "Lush Life."
Dal canto suo Calcagnile all'occorrenza presta il fianco alla cantante-attrice recitando un ruolo teatrale di "spalla": esprime per esempio l'abbaiare del cane Infame o veste i panni di una controfigura qualunquista. Ma ovviamente l'apporto del batterista è soprattutto musicale; a differenza del lavoro svolto in altre collaborazioni espressamente jazzistiche o improvvisative, per questo sodalizio interdisciplinare ha studiato minuziosamente un variato percorso percussivo, in grado di creare un contesto consonante e intercalato al testo, ricco di soluzioni attinenti ed efficaci. Lo spettacolo si snoda secondo una parabola dinamico-narrativa: una parte centrale di cerniera, di sosta relativamente pensosa, in cui fra l'altro l'attrice mima una telefonata con Pasolini, la cui voce registrata interviene recitando una sua poesia d'annata, fa seguito ad un inizio d'incalzante intensità e precede la parte finale mossa e variegata, quasi di ricapitolazione, fino ad arrivare alla drammatica conclusione, siglata da una lamentazione in dialetto sardo.
Per la prima volta in Italia si è avuta l'occasione di ascoltare il Federico Calcagno Octet, formazione internazionale costituitasi ad Amsterdam, che riunisce giovani musicisti ivi convenuti da ogni angolo d'Europa, con la sola eccezione di un brasiliano. Al Teatro Vittoria è stato riproposto il repertorio del disco Mundus Inversus, pubblicato all'inizio del 2024, che nella parte centrale comprende la suite in tre movimenti "The Hanged Man," ispirata alla figura dell'appeso nelle carte dei tarocchi. Nel concerto, come nell'incisione, è prevalsa una rifinita e intensa costruzione compositiva che si è articolata nei vari episodi, rifrangendo la formazione complessiva in più ridotte combinazioni strumentali, dal solo al quartetto, che hanno preso vita isolate per poi venire affiancate da un più rigoglioso contesto ritmico. Soprattutto nelle fasi di rarefatta decantazione è stata posta una cura da amanuense miniaturista negli effetti timbrici, mettendo in evidenza l'intreccio fra i vari strumenti, come ad esempio fra violoncello e vibrafono poi corroborati da altri interventi.
Di volta in volta sono emersi i contributi dei singoli negli spunti solistici, dimostrando una straordinaria capacità di sintesi, in quanto concentrati su una pronuncia e su un percorso ben definiti. Per l'occasione erano presenti gli stessi musicisti che hanno partecipato all'incisione del disco, tutti partner di forte personalità, motivatissimi e aderenti alle intenzioni del leader. Li cito senza dovere fare graduatorie di valore: Nabou Claerhout al trombone, José Soares al sax contralto, Pau Sola Masafrets al violoncello, Aleksander Sever al vibrafono, Adrián Moncada al piano, Pedro Ivo Ferreira al contrabbasso e Nikos Thessalonikefs alla batteria. Il frastagliato andamento del concerto ha toccato vari umori: dall'intima poesia all'allucinazione surreale, dalla riflessione meditabonda alla denuncia esplicita, dalla determinazione propositiva a ripensamenti critici.
"Da/per Giachero" si potrebbe intitolare la produzione originale del festival tenuta presso l'Educatorio della Provvidenza, in cui Stefano Battaglia, già insegnante di Alessandro Giachero (19712020), ha diretto un trio completato dal contrabbassista Stefano Risso e dal batterista Marco Zanoli, che del pianista piemontese prematuramente scomparso furono i partner abituali. Il repertorio, basato quasi tutto su composizioni scritte da Giachero lungo un ventennio, ha rivisitato temi creati con riflessiva concentrazione, che talvolta preferiscono sostare in una ponderatezza un po' malinconica, talaltra si aprono in un respiro ampio e caldo, di temperie quasi mediterranea. A "Spirits," uno dei brani dell'ultimo periodo in cui si è snodata una cadenza marcata e severa, hanno fatto seguito altri brani diversamente congegnati: "Perle" composto nel 2014, "Scorpio" del 2005, "Strange Day..." All'interno di questo percorso sono state incastonate due composizioni dedicate all'amico deceduto -"Extra nos," scritto da Battaglia, e "Solo una rosa" di Zanoli -che hanno palesato movenze anch'esse trattenute, motivate da una sincera commozione.
Tutte le varie situazioni, spesso caratterizzate da una spiccata vena melodica, sono state affrontate da un trio dall'impostazione pressoché paritaria, con un austero rispetto degli originali e nello stesso tempo con una partecipazione palpabile. Battaglia ha profuso un pianismo granitico, dalla diteggiatura tersa e pausata, accendendosi quando richiesto in crescendo e in veloci evoluzioni rapsodiche. Il ricercato ed elegante drumming di Zanoli e il netto pizzicato di Risso non si sono mai arenati in una scontata funzione di accompagnamento, addentrandosi piuttosto con autorevolezza in uno sviluppo tematico delle linee melodico-ritmiche dei vari brani. Questo tipo d'impronta interpretativa intrapresa dal trio ha di fatto reso superflui gli spazi solistici tradizionalmente intesi, per conferire invece compattezza e mutevolezza a un serrato interplay, dando corpo ad una performance di toccante intensità.
Tante altre le formazioni italiane, alcune delle quali storiche. Nel celebrare i quarant'anni di attività il quartetto Enten Eller ha innalzato un monumento a se stesso riproponendo i propri cavalli di battaglia, divenuti i loro "standard." Un evento è stato anche una delle rarissime riapparizioni dell'Italian Instabile Orchestra, che, come nel disco registrato a Porto nel 2013, ha affrontato un repertorio ellingtoniano arrangiato da Giancarlo Schiaffini. Se è vero che in tutti i concerti fin qui recensiti, o appena citati al volo, l'età media degli spettatori era piuttosto elevata, confermando quanto si diceva all'inizio, è un piacere per me poter concludere questa recensione con una nota di speranza, parlando di un'esperienza in controtendenza, oltre che "anomala" sotto il profilo organizzativo.
Sotto vari punti di vista il concerto del Serino & Zura Quintet, anch'esso una produzione originale, ha rivelato non poche sorprese. Non tanto per la giovane età dei musicisti, quanto per il fatto, inedito per un festival, che la composizione della formazione è stata decisa da una triade di altrettanto giovani direttori artistici che hanno proceduto in totale autonomia: Mattia Basilico, Sonia Infriccioli e Fabrizio Leoni, tutti vincitori della Borsa di studio Sergio Ramella, destinata ai migliori allievi del Conservatorio di Torino. L'appuntamento inoltre era ospitato nel capiente Auditorium dell'Arsenale della PaceSermig, un centro di assistenza e formazione labirintico e attivissimo, sito nella zona popolare e interetnica di Borgo Dora, dove ha sede anche la citata Scuola Holden. Nell'organizzazione di questo insolito evento, super affollato per l'occasione da un pubblico prevalentemente giovane, tutto si legava con estrema coerenza e ottimi risultati.
Venendo alla performance, si è potuto apprezzare innanzi tutto l'aspetto compositivo degli original di alcuni membri del gruppo: temi decisi, contrastati, disegnati secondo una consapevole e personale sintesi di pensiero, in grado di favorire l'indispensabile interlay, collettivi animosi e sorprendenti spunti solistici. Di alto livello tecnico ed espressivo tutti gli strumentisti, già in possesso di una maturità notevole, dei quali con ogni probabilità sentiremo parlare di nuovo in futuro: Giacomo Serino alla tromba e Saverio Zura alla chitarra, affiancati dal sassofonista contralto Raffaele Fiengo, dal contrabbassista Andrea Esperti e dal batterista Riccardo Gambatesa .
Per leggere la recensione di Alberto Bazzurro clicca qui.
Tags
Comments
About Stefano Battaglia
Instrument: Piano
Related Articles | Concerts | Albums | Photos | Similar ToPREVIOUS / NEXT
Support All About Jazz
All About Jazz has been a pillar of jazz since 1995, championing it as an art form and, more importantly, supporting the musicians who make it. Our enduring commitment has made "AAJ" one of the most culturally important websites of its kind, read by hundreds of thousands of fans, musicians and industry figures every month.
Go Ad Free!
To maintain our platform while developing new means to foster jazz discovery and connectivity, we need your help. You can become a sustaining member for as little as $20 and in return, we'll immediately hide those pesky ads plus provide access to future articles for a full year. This winning combination vastly improves your AAJ experience and allow us to vigorously build on the pioneering work we first started in 1995. So enjoy an ad-free AAJ experience and help us remain a positive beacon for jazz by making a donation today.Near
Torino Concerts
Jul
3
Fri






