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Torino Jazz Festival 2026 - Parte 1

Torino Jazz Festival 2026 - Parte 1

Courtesy Acid Rain Productions

Torino Jazz Festival 2026
Varie Sedi
30 aprile—2 maggio 2026

Concentrato negli ultimi tre giorni di programmazione, il nostro ritorno al Torino Jazz Festival dopo una lunga assenza, ci ha comunque consentito di ascoltare sei concerti, per lo più di ottimo livello, come vedremo, sempre facendo i conti con una programmazione decisamente piena (messa a punto dal direttore artistico Stefano Zenni), fra sovrapposizioni e spostamenti non sempre agevoli, il tutto teso certamente a interessare e coinvolgere la città nella sua totalità, rivolgendosi a un pubblico composito (secondo svariati criteri), che alla fine, almeno agli spettacoli a cui abbiamo assistito (ma riteniamo anche agli altri), ha sempre assicurato una presenza massiccia e partecipe.

Il battesimo del vostro recensore è dunque avvenuto al concerto preserale del 30 aprile alla Casa Teatro Ragazzi e Giovani, protagonista la gloriosa Italian Instabile Orchestra, nata nel lontano 1990 (e di cui sorprendentemente a Torino erano ancora presenti la bellezza di nove membri-fondatori!) e della quale questa esibizione era la seconda (dopo Roma, Casa del Jazz, 2024) seguita a un lungo black-out, da quel concerto portoghese del 2013 oggi documentato nel CD Plays Ellington, per l'appunto ripreso, come assunto, in questa nuova tappa piemontese. Alla conduzione (oltre che agli arrangiamenti dei brani "ducali") era, qui come là, Giancarlo Schiaffini, per parte sua brillantemente rilevato nella sezione-ottoni (gravi) da Giampiero Malfatto. Il concerto è stato degno di tanta attesa (personalmente non ascoltavamo dal vivo l'orchestra del 2007, alla serata bolzanina sotto la direzione di Anthony Braxton, a sua volta uscita poi su CD), laddove i temi ellingtoniani ("Sophisticated Lady," "In a Sentimental Mood," assente su disco e qui "cantato" dal soprano di Roberto Ottaviano, sopra e accanto al rimestare dei colleghi, "Take the A Train," ecc.) venivano regolarmente annessi alla causa dell'Instabile, alla sua filosofia estetica, con digressioni quanto mai libere, del singolo (ambito in cui una menzione particolare va a Sebi Tramontana, prodottosi anche come vocalist) o collettive. Pubblico giustamente entusiasta e tutti a cena felici e contenti.

Non così la mattina seguente, al Teatro Juvarra per il set solitario della pianista coreana (ma svedese d'adozione) Lisa Ullen, apparso lievemente presuntuoso (se non proprio pretestuoso) in quella capziosa ricerca del non-suono (canonico) a tutti i costi, e invece con un costante, piuttosto fastidioso, alone rumoristico di fondo. Apprezzabile, se proprio vogliamo, la performance in quanto tale (anche come gestualità in sé e per sé), ma decisamente troppo monocorde, e quindi tedioso, lo svolgersi (svolgersi?) del tutto, che un molto stringato bis, richiesto da un pubblico comunque plaudente, ha chiuso più o meno (a seconda dei gusti) in gloria.

Nel primo pomeriggio ci siamo quindi spostati all'Academy by ARTeficIO a sentire Enten Eller, nelle cui file ritrovavamo Alberto Mandarini e Giovanni Maier, già il giorno prima nell'Instabile, accanto ai due membri fondatori (ma loro, Alberto e Giovanni, sono arrivati poco dopo) Massimo Barbiero e Maurizio Brunod, all'epoca addirittura minorenne, visto che stiamo parlando del 1986, giusto quarant'anni fa, anniversario che proprio il concerto torinese intendeva celebrare. Mandarini ha avvertito subito gli astanti: "Oggi suoneremo solo standard, nel senso dei brani che più hanno caratterizzato questi quarant'anni," per precisare subito a ruota: "Come avrete capito, questo è un gruppo di improvvisazione, pratica nella quale ci divertiamo molto, relegando in qualche modo i temi a semplici pretesti." E proprio nella convivenza fra obbligati attraversati da un lirismo a volte quasi disarmato, o invece più spinti sul piano ritmico, e la grande libertà improvvisativa, capace di aprire strade sempre nuove, spesso impreviste (magari anche per gli stessi musicisti), sta con tutta probabilità il tratto più (con)vincente di un gruppo che, forse, non ha avuto il risalto che il suo ruolo nel panorama jazzistico nostrano avrebbe giustificato e richiesto.

Per gli ultimi due concerti della giornata ci siamo quindi trasferiti in zona-Lingotto, in prima battuta all'Auditorium Giovanni Agnelli per una performance assai particolare: il commento musicale in diretta (ma non improvvisato, anzi capillarmente predefinito) al docufilm di Bill Morrison The Great Flood, realizzato nel 2012/13 ma riferito alle inondazioni che devastarono vaste aree degli Stati Uniti (in particolare Louisiana e Mississippi) giusto un secolo fa, tra 1926 e 1927. Autore delle musiche del film è Bill Frisell, che appunto le ha presentate dal vivo in coppia col violinista Eyvind Kang. Impressionanti, come prevedibile, le immagini proposte (rigorosamente d'epoca), disposte in paragrafi, alla fine di ciascuno dei quali i due musicisti si fermavano per riprendere subito dopo. Grande concentrazione generale, nei performers come fra il pubblico, e giusto riconoscimento finale ai due artisti, che hanno attraversato aree prossime a un country-blues molto "colto," per così dire, asciutto, totalmente privo di retorica, com'è del resto da sempre nelle corde del grande chitarrista di Baltimora.

Dopo una generosa circumnavigazione in loco, siamo quindi passati all'Hiroshima Mon Amour per il concerto serale di uno dei gruppi più attesi del festival, il quintetto Irreversible Entanglements, composto da Camae Ayewa, voce (per lo più declamante) e sonagli, Aquiles Navarro, tromba, percussioni e corni vari, Keir Neuringer, sax alto, soprano e tastiere, Luke Stewart, contrabbasso e percussioni, e Tcheser Holmes, batteria. La loro musica si sdipana come una sorta di trance costante, svolta senza soluzione di continuità, sovraccarica di tensione, nello specifico per un unico ampio quadro che solo volgendo verso il termine ha virato su terreni più articolati, peraltro sempre tenendo altissimo il coinvolgimento degli astanti, attraverso una musica molto incline al movimento, molto giocata nel segno della presenza vocale, ma strada facendo anche con ampi squarci solo strumentali che hanno mosso felicemente le acque. C'è chi li vede un po' come una sorta di Art Ensemble del nuovo millennio (si sono formati nel 2015), ma le eventuali parentele ci sono parse ben più variegate, da Sun Ra fino (sic) alla Soft Machine periodo-Elton Dean (in qualche misura analogo il ruolo di Neuringer, nel suo trascorrere tra sassofoni e tastiere), passando per certe "orge" davisiane pre-ritiro, Steve Coleman e altro ancora. Questo ampio spettro di analogie (che magari qualcuno troverà persino eccessive) può far capire quale coacervo identitario si impasti in questo ensemble (o collettivo), certo fra le realtà più pregnanti (e per certi versi corrosive) della scena jazzistica contemporanea.

L'ultimo atto, prima di riguadagnare la via di casa, si è consumato per chi scrive la mattina del 2 maggio al Teatro Vittoria con l'ottetto del poli-clarinettista Federico Calcagno, organico decisamente internazionale reclutato ad Amsterdam, dove il Nostro ha vissuto negli ultimi anni (ora è peraltro rientrato a Milano), e qui al suo primo concerto italiano. L'affidabilità dei partners, già evidenziata dall'eccellente Mundus Inversus, inciso nell'estate 2023 e uscito l'anno dopo, si è totalmente riaffermata nel notevole concerto torinese, peraltro partendo da una chiara priorità affidata all'aspetto compositivo (terreno su cui Calcagno eccelle), quindi con tutte le voci a intrecciarsi rigorosamente nel discorso corale, pur rispettando (ed esprimendo) in fase solistica ciascuna la propria identità. Un gruppo e una musica assolutamente attuali, quindi, su una linea che tiene senz'altro conto delle migliori istanze espresse dal jazz degli ultimi decenni, una linea in cui, diremmo, voci autorevoli come quelle di un Henry Threadgill e di un Tim Berne (gruppi allargati, non frequentissimi) ci pare abbiano detto le parole più alte. Ciò del resto non sminuisce in alcun modo la ricchezza e l'identità profonda della musica di Calcagno, anche perché, per esempio, un occhio squisitamente europeo non è certo assente (né avrebbe potuto, di fatto). Grandi complimenti, e grande entusiasmo da parte del pubblico, quindi, per un finale (nostro: il festival è andato avanti fino a sera) decisamente in gloria.

Per leggere la recensione di Libero Farnè clicca qui.

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