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Jacopo Fagioli: la Ricerca Permanente del Suono
Courtesy Sanzio Fusconi
Personalmente, il concetto di giovane talento non mi sta molto simpatico perché sposta sempre l'attenzione sul futuro, quando i giovani sono già parte integrante del presente.
Jacopo Fagioli
All About Jazz: Approfittando del fatto che ci conosciamo da molto tempo vorrei andare oltre le solite domande. Recentemente sei stato incoronato come miglior nuovo talento italiano. È un onore, ma può essere anche una sorta di maledizione. Ricordo che Roberto Ottaviano, scherzando ma non troppo, mi diceva che essere nominato miglior jazzista per due volte non gli aveva portato poi così bene. Partiamo proprio da questo: il miglior talento ti definisce un po' per quello che un artista promette, piuttosto che per ciò che è. Pensi che questo riconoscimento ti dia più libertà per sperimentare, o avverti la pressione di dover confermare qualcosa?
Jacopo Fagioli: Mi fai una domanda molto importante. Personalmente, il concetto di "giovane talento" non mi sta molto simpatico perché sposta sempre l'attenzione sul futuro, quando i giovani sono già parte integrante del presente. Sulle aspettative, credo dipenda dalla visione individuale di ognuno di noi. Sono grato per l'attenzione attuale, anche se non so quanto durerà. Ciò che mi rende felice è che sia stato premiato un lavoro collettivo e originale come quello del mio quartetto in Dialogue, dove c'è un alto coefficiente di rischio. Ad eccezione di un paio di brani con strutture più tradizionali, il disco vive di improvvisazione motivica e libera. Questo riconoscimento è un bel messaggio per chi, come me, sceglie strade non sempre sicure. Cerco sempre progetti che mi permettano di andare in profondità. Senza ricerca non mi butterei in una nuova iniziativa.
AAJ: In Dialogue è presente un forte impegno civile. Sei riuscito a tradurre concetti etici e sociali in sequenze di note senza l'uso delle parole. È una direzione che intendi approfondire?
JF: Sì, il prossimo passaggio sarà probabilmente aggiungere il testo per rendere il messaggio ancora più potente ed evidente. Sto pensando a un progetto legato alla GKN (Gesture Rebellion) coinvolgendo un ragazzo che fa freestyle. Ho parlato di questo anche con Ralph Alessi. L'ispirazione viene da lavori come Origami Harvest di Ambrose Akinmusire.
AAJ: Lì l'uso del linguaggio rap in un contesto orchestrale è doppiamente interessante perché Akinmusire riprende proprio il fraseggio della parola ritmata con la tromba.
AAJ: Lì l'uso del linguaggio rap in un contesto orchestrale è doppiamente interessante perché Akinmusire riprende proprio il fraseggio della parola ritmata con la tromba.
JF: Infatti. Ed è incredibile quella cosa. Mi piacciono queste battaglie di freestyle dei giovanissimi che fanno nelle piazze. Ultimamente mi travesto da giovanissimo per ascoltarli e in qualche modo studuarli, spesso sia a Firenze che a Prato. È musica che viene dai ragazzi che condividono un momento di vita utilizzando una forma d'arte. Il prossimo passaggio sarà rendere il messaggio ancora più chiaro e potente attraverso l'uso nei prossimi lavori della parola parlata, non cantata.
AAJ: In Bilico, il duo con Nico Tangherlini vive di spazi vuoti. Come si scrive il silenzio in una partitura jazz? È una scelta estetica, istintiva o una reazione al sovraccarico di informazioni che ci circonda?
JF: Il duo offre fisiologicamente più spazio per il silenzio. Per me è fondamentale giocarci sia nella composizione che nell'improvvisazione. Il mio riferimento principale su questo aspetto è Miles Davis: la sua capacità di non suonare per interi chorus e poi entrare con una nota dirompente, resa tale proprio dal silenzio che lo precede, è uno strumento incredibile. Il silenzio è parte della vita, genera aspettativa, proprio come in una conversazione.
AAJ: Tu militi nei Funk Off, una realtà esplosiva e atletica che sembra l'opposto dei tuoi progetti solisti più rarefatti. In che modo la fisicità della strada influenza il tuo fraseggio e la tua precisione tecnica?
JF: Suono con i Funk Off da quattro anni e mezzo ed è una scuola pazzesca, a partire dal mio "battesimo del fuoco" in Turchia. In questo progetto il silenzio ha poco spazio. Suoniamo musica che si nutre di energia e movimento. Impari a gestire le coreografie che cambiano sul momento, a stare in un'orchestra in movimento, seguendo i gesti di Dario Cecchini che può chiamare improvvisamente un background o un finale. Suonare in una piazza, sentire come il suono rimbalza sugli edifici è impagabile. Queste esperienze contribuiscono al mio modo di stare sul palco, anche con il quartetto o in duo o in altre situazioni. Oggi sono molto più a mio agio nell'usare il corpo.
AAJ: Qual è il tuo rapporto con l'imprevisto e l'errore durante una performance?
JF: Ho fatto pace con l'imprevisto. Soffro di più l'errore in studio di registrazione, dove una sbavatura mi mette in crisi, ma dal vivo sono tranquillo. Spesso l'errore può diventare l'inizio di un percorso nuovo. Se hai un buon rapporto con la tua musica, tratti ogni evento sonoro come materiale da manipolare e sviluppare. Come dico sempre: quando studio cerco di fare meno errori possibili, ma quando suono cerco di non preoccuparmene troppo.
AAJ: Nel passaggio dal duo al quartetto, hai sostituito il classico pianoforte con la chitarra elettrica di Davide Strangio. È stata una scelta stilistica per liberare il tuo linguaggio o ha reso più complessa la gestione delle tessiture?
JF: Davide è fantastico e il suo uso dell'elettronica crea dei paesaggi sonori incredibili, che a volte ricordano una sezione di ottoni. Essendo l'unico strumento armonico, la chitarra ha molto spazio e i suoi timbri mi danno un grande aiuto. L'idea del gruppo con la chitarra nasce ascoltando Fingerprinting di Nicholas Payton, dove quei musicisti facevano brani di Herbie Hancock in trio con contrabbasso e chitarra. Altro riferimento è il duo di Fabrizio Bosso e Irio DePaula. Tromba e chitarra è una formula che adoro. Rispetto al pianoforte, la chitarra elettrica sposta il contesto fuori da una dimensione puramente cameristica.
AAJ: Ti sei formato tra Pistoia, Siena, Rovigo e Amsterdam. Se dovessi dare un peso tecnico a ognuna di queste città, quale sarebbe?
JF: È un percorso di cerchi che si intersecano. Ho frequentato il liceo a Firenze dove ho iniziato a suonare il bebop e l'hard bop. A Siena Jazz ho approfondito la musica originale e la tradizione (Mingus, Armstrong, Ellington, Monk) con docenti come Silvia Bolognesi, Fabrizio Puglisi e Gabriele Evangelista. Ma il vero impulso per l'improvvisazione radicale mi è arrivato da Stefano Battaglia e dai suoi seminari. Poi c'è stato Serravalle Jazz, nell'agosto 2017, e quella è stata la data del mio debutto importante. Ad Amsterdam ho vissuto l'esperienza della Big Band con Bob Mintzer e ho studiato il Konnakol, i ritmi della musica carnatica, con Harmen Fraanje, dopo esserne stato iniziato a quel mondo da Fulvio Sigurta. Lì studiavo anche con Ruud Breuls con la WDR Big Band, il cui approccio ritrovo oggi in Alex Sipiagin. A Rovigo, il percorso classico mi ha permesso di alzare l'asticella sull'esecuzione e sulla partitura, studiando Bartok, Mahler, Strauss, Verdi e Stravinsky. Lì ho scoperto il trombino, uno strumento che amo fin dai tempi del liceo. Oggi a Prato traggo ispirazione persino dai riti e dalle campane del capodanno cinese.
AAJ: L'uso del trombino nell'improvvisazione contemporanea è molto interessante, poiché lo sottrae al suo habitat naturale, il barocco. Cosa cerchi in questo strumento?
JF: Lo amavo già ascoltando i virtuosismi di Maurice André. Al conservatorio ci ho fatto il diploma suonadolo su musiche di Telemann e Haydn. Oggi ne parlo spesso con Ralph Alessi, anche lui lo suona ed è amico di Peter Evans, che è uno dei miei idoli. Il trombino ha un timbro diverso e si presta a manipolazioni non convenzionali e a tecniche estese. Ralph mi spinge a esplorare sonorità "dal mezzo forte in giù," cercando suoni a metà strada, invece del classico squillo trionfale del repertorio in Re maggiore.
AAJ: Qual è il tuo rapporto con la tecnologia e, in particolare, con l'Intelligenza Artificiale applicata alla musica?
JF: Per ora la uso poco, il mio rapporto con la tecnologia inizia e finisce principalmente con l'uso dei software di scrittura come Sibelius. Tuttavia, trovo anacronistico rifiutarla. Ne parlavo in questi giorni con Ferdinando Romano, che sta conducendo ricerche a Cuneo e all'IRCAM di Parigi. Mi ha spiegato come istruisce gli algoritmi per interagire con il suo modo di suonare, decidendo la percentuale di risposta aleatoria.
AAJ: Ho avuto l'opportunità di confrontarmi con Ferdinando Romano in occasione del Festival Connetto Jazz 2025, proprio mentre illustrava le ricerche condotte a Parigi e lo sviluppo del suo software, poco prima di partire per gli Stati Uniti dove era stato invitato a presentarlo in una conferenza concerto. In quell'occasione abbiamo sperimentato insieme. Io ho provato a improvvisare con la tromba mentre lui "giocava" con il sistema. È stata un'esperienza impressionante che si è mossa su due livelli distinti. In un primo momento, quando la macchina andava da sola, la risposta era sì interessante, ma appariva ancora un po' limitata. Il salto di qualità è avvenuto quando lui ha iniziato a modificare i parametri in tempo reale. Mentre io suonavo, cambiando ritmo e riferimenti armonici, la macchina mi seguiva creando un vero e proprio interplay. È stato un momento che mi ha colpito molto. Quando la persona interagisce con la macchina, si crea qualcosa di diverso grazie all'input umano sempre presente. Se lasciata a se stessa, almeno allo stato attuale del suono, la macchina restituisce un'esperienza differente.
JF: Anche se non ho ancora gli strumenti tecnici per entrarci direttamente, mi piacerebbe molto esplorare questo mondo.
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