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Davide Lorenzon parla della Aut Records

Davide Lorenzon parla della Aut Records

Courtesy Kaori Matsuyama

Ha contato anche l'attitudine maturata negli anni del punk hardcore: se qualcosa non esiste o non funziona come vorresti, te la costruisci da solo. Da lì è nato un percorso che nel tempo si è articolato, mantenendo alcuni principi di fondo, come l'autonomia e un rapporto diretto con i musicisti.
—Davide Lorenzon
"Ha contato anche l'attitudine maturata negli anni del punk hardcore: se qualcosa non esiste o non funziona come vorresti, te la costruisci da solo. Da lì è nato un percorso che nel tempo si è articolato, mantenendo alcuni principi di fondo, come l'autonomia e un rapporto diretto con i musicisti."

Dopo aver intervistato Marco Pennisi (Red Records), Maurizio Bizzochetti (Dodicilune Records) e Maria Borghi (We Insist!), siamo giunti alla quarta tappa del nostro sondaggio teso ad approfondire l'origine, le dinamiche, gli obiettivi e i criteri che guidano la produzione delle case discografiche. Per documentare le vicende della Aut Records, etichetta attiva dal 2010, abbiamo interpellato Davide Lorenzon, nato a Vittorio Veneto nel 1980, che dell'etichetta è stato il fondatore. Come avremo modo di vedere, nel corso di un quindicennio Davide non ha svolto tanto un ruolo di produttore vero e proprio quanto piuttosto quello di direttore-coordinatore, sostenendo nel tempo varie funzioni.

La Aut Records si dedica a quella musica sperimentale e di ricerca mirata a descrivere un ambito musicale che, come si legge nel sito on line, "non può essere ricondotto a un genere specifico e che si discosta da qualsiasi linguaggio musicale predefinito." Di fatto sono molti i dischi in catalogo di carattere jazzistico, inteso in senso lato come espressione avanzata e trasversale di composizione-improvvisazione. Lo dimostrano per esempio i lavori dei gruppi Tell No Lies e Tuscany Music Revolution, e di musicisti come Massimo De Mattia, Filippo Orefice, Federico Calcagno, Matteo Paggi, Gianni Mimmo, Pasquale Innarella Quartet, Roger Rota e un'infinità di tanti altri. Fra le edizioni recenti mi preme segnalare tre perle: Dialogue del trombettista Jacopo Fagioli, vincitore del Top Jazz 2025 nella categoria "nuovo talento italiano," Rarichi, che contiene le composizioni e gli arrangiamenti cameristici della vocalist Rachele Amore, ed Elements, che riporta registrazioni dal vivo dello stagionato duo Fabrizio PuglisiGunter Baby Sommer.

All About Jazz: Puoi tracciare una tua mini biografia: la tua formazione, i tuoi spostamenti, le attività e le aspirazioni di ieri e di oggi...?

Davide Lorenzon: Il mio percorso musicale è iniziato alle elementari, quando ho cominciato a frequentare la scuola di musica di Vittorio Veneto, dove sono nato, studiando prima clarinetto e poi sax alto. Non posso però dire che sia nato allora un vero amore per lo strumento, perché i miei interessi erano lontani dalla musica classica. Così, dopo aver preso il diploma in teoria e solfeggio, ho interrotto lo studio del sax al terzo anno. In quel periodo la mia attenzione era rivolta soprattutto all'hip-hop e, parallelamente, alla stagione del grunge. Poco dopo è arrivato il punk hardcore, che ha avuto un peso importante nella mia formazione, non solo musicale. Solo più tardi sono tornato al punto di partenza, cioè al sax alto, questa volta con un interesse più forte per il jazz e per l'improvvisazione. Accanto alla musica ho sempre coltivato altri interessi, in particolare per la filosofia politica, in cui mi sono laureato a Venezia, e poi per la filosofia della scienza, che ho approfondito in un secondo percorso di studi a Berlino.

Allo stesso tempo ho sempre avuto una forte attrazione per la dimensione dell'oggetto -stampa, grafica, archiviazione—che col tempo è diventata parte integrante del mio lavoro. Dopo due anni trascorsi a Bologna, nel 2011 mi sono trasferito a Berlino, dove ho vissuto una fase importante sia dal punto di vista musicale sia per lo sviluppo dell'etichetta. Oggi sono tornato in Italia, e mi occupo principalmente di Aut Records, seguendo l'intero processo produttivo, accanto alla mia attività come musicista, che però al momento è passata un po' in secondo piano. Gli interessi sono tanti, ma con il tempo le aspirazioni hanno dovuto misurarsi anche con le possibilità effettive. Sono orgoglioso del percorso fatto con Aut Records, ma allo stesso tempo sono consapevole che, per non irrigidirsi, bisogna evolversi in continuazione. Negli ultimi tempi mi interessa capire se e come aprire questo percorso anche a forme di pubblicazione diverse da quelle discografiche.

AAJ: Come e perché decidesti di fondare una nuova etichetta nel 2010, in un periodo già difficile per il mercato discografico? Quali furono gli obiettivi e i criteri di fondo?

DL: L'etichetta è nata nel 2010 per rispondere a un bisogno molto concreto: pubblicare il disco del quartetto Kongrosian con cui suonavo da tempo. Non c'era un progetto strutturato a monte, ma piuttosto la necessità di dare forma a un lavoro già esistente. Ha contato anche l'attitudine maturata negli anni del punk hardcore: se qualcosa non esiste o non funziona come vorresti, te la costruisci da solo. Da lì è nato un percorso che nel tempo si è articolato, ma che ha mantenuto alcuni principi di fondo, come l'autonomia e un rapporto diretto con i musicisti. Così ho iniziato a propormi ad altri musicisti che conoscevo e stimavo per le loro scelte musicali. Dopo di che il progetto ha cominciato ad allargarsi in modo piuttosto naturale.

AAJ: Quale è il tuo metodo di lavoro e come si è modificato nel tempo? Chi sono i collaboratori più stretti della Aut?   

DL: Aut è un progetto che nel tempo ha cambiato forma più volte. Non è mai stata una struttura rigida: in una fase iniziale era sostanzialmente un'estensione della mia attività come musicista, poi durante il periodo berlinese si è configurata come una sorta di collettivo: eravamo in cinque, con una rete di musicisti e collaboratori piuttosto attiva. Dal collettivo siamo passati a un duo e infine sono tornato ad essere l'unico al timone.

Oggi, dopo il rientro in Italia, è un progetto più definito dal punto di vista operativo, ho aperto una ditta individuale, ma rimane fondato su collaborazioni variabili, senza una struttura fissa in senso tradizionale. Questo aspetto è cambiato nel tempo, ma la logica di fondo, basata su relazioni e affinità, è rimasta la stessa. Sicuramente le collaborazioni sul piano grafico sono quelle più frequenti; negli anni ho lavorato in diverse occasioni con Sandro Crisafi, Nicola Guazzaloca, Roberto La Forgia. Recentemente sono molto contento della collaborazione con l'amico Matteo Pin.

AAJ: Scorrendo il catalogo, si nota che è formato in prevalenza da gruppi italiani che hanno scelto la Aut.

DL: Credo sia una conseguenza abbastanza naturale. Non c'è stata una scelta precisa in questo senso: il catalogo si è formato nel tempo a partire dalle relazioni e dai contesti in cui mi sono mosso. Essendo italiano e avendo vissuto in Italia per la maggior parte della mia vita, è normale che molte collaborazioni siano nate qui. Allo stesso tempo, il periodo berlinese e le relazioni costruite negli anni hanno portato anche a una dimensione internazionale che continua a riflettersi nel catalogo.

AAJ: Come selezioni e scegli le proposte da pubblicare? Sono prevalentemente i giovani musicisti che ti propongono i loro progetti o sei tu che scopri lavori che ritieni meritevoli, favorendone l'edizione?

DL: La maggior parte delle proposte arriva direttamente dai musicisti. In questo senso il mio ruolo non è tanto quello di "scoprire" artisti, quanto di decidere con chi ha senso costruire un percorso. Il criterio principale resta molto semplice: se la proposta mi colpisce e la sento vicina al mio gusto, nasce naturalmente la volontà di lavorarci. Quando questo allineamento non è totale, possono entrare in gioco altri fattori, come la coerenza del progetto o il suo rapporto con il contesto dell'etichetta. Solo molto recentemente ho deciso di propormi ad un gruppo che ho scoperto on-line, e sono molto felice che loro abbiano accettato la mia proposta. Il disco è appena uscito, si intitola Reliefs ed è opera del quartetto francese Felsenmeer, guidato dalla clarinettista Joséphine Besançon.

AAJ: Quasi sempre sono i musicisti che compaiono come produttori dei loro dischi. Possiamo dire che il tuo ruolo prevalente è quello di coordinare le attività di produzione, promozione e distribuzione dei dischi editi?

DL: Sì, è una descrizione abbastanza corretta. Il mio non è il ruolo del produttore che investe direttamente sul disco, ma piuttosto quello di chi mette a disposizione competenze, strumenti e coordinamento all'interno di un lavoro condiviso. Mi occupo quindi della grafica e, in alcuni casi, anche dei video promozionali, della realizzazione dei supporti fisici, della distribuzione digitale, della promozione e di vari aspetti organizzativi, mentre i musicisti restano centrali nella produzione vera e propria. All'inizio di questa attività ho provato anche l'impostazione più classica, ma ho capito abbastanza presto -mio malgrado -che non era una strada replicabile. Quella che si è definita nel tempo è una forma di collaborazione più sostenibile per questo tipo di musica e più coerente con il percorso dell'etichetta.

AAJ: Tuttavia, in alcuni dischi, appari anche come sassofonista, per altro dimostrando una buona tecnica e una perfetta sintonia con il contesto creato dal collettivo!   

DL: Sì. Anche se è da un po' che non incido più, ho avuto modo di pubblicare alcuni dischi in passato. Oltre al primo disco dei Kongrosian, anche i successivi del trio sono usciti tutti su Aut, e così anche gli altri due album "berlinesi" che ho registrato, uno con i Mountweazel e l'altro con gli Echo Chamber.

AAJ: Inoltre tu sei spesso responsabile del graphic design e del layout; cosa ci puoi dire del tuo interesse per questo aspetto?

DL: È un aspetto che ho imparato a coltivare nel tempo. Non sono mai stato uno di quelli portati per il disegno: ricordo fin dalle scuole elementari di aver capito, con un certo rammarico, che quella non era la mia strada. Però più avanti ho iniziato ad avvicinarmi alla grafica in modo spontaneo, quasi laterale, facendo qualche locandina e altri esperimenti molto rudimentali con la fotocopiatrice o la stampante. Ho avuto anche una breve fase di interesse per la fotografia, senza però svilupparla davvero. Per diverso tempo mi sono limitato a seguire il lavoro grafico come supervisore, affidandolo a collaboratori molto validi. A un certo punto ho deciso di provare a fare da me. Al momento non curo sempre io questo aspetto, direi in circa la metà dei casi. In generale cerco di mantenere una certa coerenza visiva nel catalogo, pur lasciando spazio alle specificità dei singoli progetti. È una parte del lavoro a cui tengo molto, perché contribuisce a definire l'identità complessiva dell'etichetta.

AAJ: In generale quali sono i vostri canali privilegiati di promozione, distribuzione e vendita dei dischi in Italia e all'estero?

DL: Tutti i nostri dischi sono acquistabili sul nostro sito e sulla nostra pagina Bandcamp, che rimane la migliore alternativa per chi vuole supportare direttamente etichette e musicisti indipendenti, oltre all'acquisto diretto ai concerti. Inoltre, una selezione dei titoli si può trovare presso alcuni store online, come Squidco negli Stati Uniti, Jazzos in Italia e il mailorder di Recommended Records Italia. La promozione passa in gran parte attraverso la stampa specializzata, la radio e una comunicazione diretta con chi è iscritto alla nostra newsletter, alla quale invito tutti i tuoi lettori e lettrici ad iscriversi.

AAJ: Quali piazze del mercato estero sono le più interessate alle vostre edizioni discografiche?

DL: Soprattutto Germania e Stati Uniti, anche se recentemente le spedizioni verso gli Stati Uniti sono diventate più problematiche a causa dei dazi.

AAJ: Hai stabilito un rapporto di collaborazione preferenziale con alcuni festival, associazioni o istituzioni?

DL: Durante il periodo berlinese ho organizzato, insieme al gruppo di musicisti che si era raccolto attorno all'etichetta, alcune edizioni dell'Aut Fest e varie serate, che hanno contribuito a mettere in contatto persone provenienti da contesti diversi, dal jazz d'avanguardia all'elettronica sperimentale. Oggi non esistono collaborazioni stabili in senso stretto, ma ci sono realtà con cui capita di incrociarsi in modo significativo. A Bologna, per esempio, mi fa piacere segnalare Jam is Dead, una rassegna organizzata da un collettivo di giovani musiciste e musicisti, molti dei quali hanno pubblicato recentemente per Aut: proprio lì Rachele Amore ha presentato da poco il suo disco Rarichi. Inoltre, capita talvolta di collaborare con la neonata associazione Holler di Vittorio Veneto, che ha già ospitato alcuni progetti legati all'etichetta: recentemente i già citati Tell No Lies alla Cantina Cenci di Tarzo e, in precedenza, il trio Agnello Perduto nel mini-festival Spiritual Unity vol. 1.

AAJ: Ci sono dischi del catalogo che hanno avuto un maggiore successo di critica o di vendita?

DL: Premesso che ogni disco per me è un mondo a sé e ha un suo valore, anche per il modo in cui si colloca nella costellazione più ampia del catalogo, se devo citarne alcuni che hanno incontrato un certo interesse, direi senz'altro Anasyrma, il primo album dei Tell No Lies guidati da Nicola Guazzaloca; anche l'omonimo dei WE3 e Special Adaptations Vol. 1 di Alex Levine hanno avuto un buon riscontro. Inner Core di Gaia Mattiuzzi, inoltre, ha ricevuto un'ottima attenzione da parte della stampa.

AAJ: Per concludere, ci puoi anticipare alcune delle edizioni che hai in cantiere per l'anno in corso o alcuni progetti particolarmente ambiziosi?  

DL: Ci sono diversi dischi in programmazione da qui a gennaio 2027, quindi mi limito a citarne solo alcuni. Tra questi ci sono Music for Imaginary Spaces di Jordan White, Requiem for Democracy di Flavio Zanuttini e Dreams Must Explain Themselves del Bassism Trio (De Fabritiis, Popolla, Faraò). Segnalo poi anche il duo di Rebecca Minten e Luz Gonzalez, che uscirà come coproduzione tra più etichette: Prefermusic curerà il vinile mentre wabi-sabi tapes farà le cassette, mentre Aut si occuperà della parte digitale. A gennaio uscirà inoltre il doppio vinile del trio svizzero Dr.O.G.E, con la batterista Valeria Zangger, già presente nel catalogo con il disco realizzato insieme al Looty Trio.

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