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Sesto Jazz 2026

Sesto Jazz 2026

Courtesy Sara Lombardi

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Sesto Jazz 2026
Teatro della Limonaia
Sesto Fiorentino
26-29 febbraio 2026

Sesto Jazz, piccolo ma prezioso festival di tre giorni che, con la collaborazione di Music Pool, ogni anno porta la grande musica jazz nella cittadina della cintura fiorentina, ha anche in questo 2026 proposto un programma di tutto rispetto, curato come nelle ultime edizioni da Alessandro Lanzoni e come sempre ospitato dall'affascinante Teatro della Limonaia.

Ha aperto la rassegna, venerdì 27 febbraio, il trio Babanaì, nome che sintetizza i nomi delle protagoniste che lo compongono: la cantante Barbara Casini, la flautista Barbara Piperno e la violinista Anais Drago. Proprio quest'ultima ci aveva annunciato lo scorso anno l'avvio del progetto, che nel frattempo ha avuto modo di fare un certo numero di date e perfezionare un'intesa che è alla base della sua qualità, indiscutibile alla luce di quanto visto in quest'occasione. Il repertorio includeva prevalentemente musica brasiliana, o comunque latinoamericana, quello del quale è apprezzata interprete la Casini, alla quale si aggiungevano composizioni originali e altro; la Casini si accompagnava alla chitarra e a varie percussioni, occasionalmente suonate anche dalle altre due protagoniste. Ma la vera cifra del trio stava nel particolare, raffinato ed elegantissimo modo in cui i brani venivano eseguiti: il continuo contrappunto ritmico dei suoni, l'intreccio della voce, dei pizzicati del violino e delle percussioni, il delicato sovrapporsi delle linee liriche del canto, dell'archetto e del flauto, la splendida intesa delle artiste, che s'intendevano con gli sguardi, valorizzavano la musica scelta ma sarebbero stati capaci di farlo con qualsiasi altro repertorio. Un virtuosismo non fine a sé stesso, bensì finalizzato a una comunicazione poetica attraverso la musica. Bellissimo.

Totalmente diverso, ma non meno apprezzabile, lo spettacolo andato in scena il giorno successivo, con il quintetto Mutatum di Stefano Zambon. Milanese, ma ormai fiorentino d'adozione, il contrabbassista ha presentato la musica dell'appena uscito disco A Tiny Start, tutta di sua composizione ed estremamente elaborata. Accanto a lui, in formazione classica, altri quattro giovani valentissimi musicisti: Cosimo Boni alla tromba, Gianluca Zanello al sax contralto, Enrico Galeano alla chitarra e Edoardo Battaglia alla batteria (a sostituire il titolare Simone Brilli, presente sul disco).

Una musica piuttosto compatta e ordinata, quella proposta dal quintetto di Zambon, incentrata su una forte coesione ritmica del trio piano, basso e batteria, e sulla narrazione intensa della front line composta dai due fiati, che spesso esponevano i temi all'unisono oppure su tonalità o battute diverse ma affiancati: una modalità che si traduceva in un suono potente e collettivo. All'interno di questo suono sinergico, tuttavia, erano continue le variazioni, offerte in particolare dalla chitarra di Galeano—davvero singolare il suo modo di stare nella formazione, con un pennellare coloristico che mutava continuamente il suono—, dagli interventi ora atonali, ora percussivi del piano di Santimone e dall'incessante lavoro del leader, costantemente impegnato nel sostenere con stilemi diversi la progressione del gruppo, nonché autore di alcuni soli davvero di grande personalità, come nel caso di "I Just Want to Help," dove narrava al contrabbasso la parte che nel disco è cantata da Giuditta Franco.

A tutto ciò si aggiungevano ovviamente i soli dei due fiati, meno ampi e frequenti rispetto a formazioni più tradizionali, ma anche molto interessanti per le personalità dei due artisti: pulitissimi, potenti ed espressivi i fraseggi di Boni, musicista da tener d'occhio, più sfumati, frammentari e vagamente a là Konitz quelli di Zanello. Una formazione davvero interessante, questa di Zambon, che ha positivamente sorpreso l'ampio pubblico presente.

La serata conclusiva era in realtà doppia, essendo previste due repliche, alle 18,30 e alle 21,00, del concerto "House of Puccini" di Francesco Cafiso, andate entrambe esaurite. Il sassofonista siciliano ha proposto una selezione di brani del compositore lucchese, avvalendosi degli arrangiamenti di Mauro Schiavone e fungendo da prima voce, accompagnato dal contrabbassista Gabriele Evangelista e da un quintetto d'archi. Un'operazione ad alto rischio di kitsch o di banalizzazione, ma che ha invece funzionato piuttosto bene grazie alla qualità degli arrangiamenti, al ruolo piuttosto ampio svolto dal quintetto e da quello invece misurato di Cafiso, in ciò aiutato dalla presenza di Evangelista.

In certa misura l'ampia formazione ha funzionato come un trio, nel quale il quintetto ed Evangelista costruivano uno sfondo ritmico-armonico sul quale il sassofonista disegnava i temi lirici, a momenti duettando con lo stesso Evangelista —che ha assunto in alcuni momenti il ruolo di prima voce, cantando a sua volta con il contrabbasso —e restando comunque sempre assai ben legato all'intreccio degli archi, grazie a un'attenta intesa con il primo violino Ilaria Lanzoni, sorella del pianista. La bellezza dei temi ha poi fatto il resto, risultando a un tempo affascinante e originale nei timbri e nelle forme espressive, cosicché —come negli altri due concerti —si è potuto assistere a uno spettacolo estremamente raffinato e dal virtuosismo non fine a sé stesso, bensì al servizio di un ben preciso contenuto artistico.

E proprio la raffinatezza delle proposte è stata la cifra caratteristica di questa edizione del piccolo, ma prezioso festival sestese; del resto, esso si svolge presso il Teatro della Limonaia, da quarant'anni una delle avanguardie teatrali della Toscana e sede di un importante e innovativa compagnia di danza: le proposte jazzistiche non potevano essere da meno e il pubblico, che ha praticamente esaurito ogni serata, ne ha dato conferma.

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