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MetJazz 2026

MetJazz 2026

Courtesy Marco Benvenuti

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MetJazz 2026
Teatro Metastasio e altre sedi
Prato
16 febbraio—26 marzo 2026

La trentunesima edizione di MetJazz, il festival pratese organizzato dal Teatro Metastasio, era anche la prima dopo oltre vent'anni a non avere più come direttore artistico Stefano Zenni, ottimamente sostituito dalla coppia Enrico Romero e Giuseppe Vigna. Dopo l'anteprima di dicembre, con il concerto della Fire! Orchestra, la manifestazione era dedicata a due grandi Maestri dei quali si celebra quest'anno il centenario, John Coltrane e Miles Davis, sul secondo dei quali era concentrata la sua prima serata.

Lunedì 16 febbraio, al Teatro Metastasio —quest'anno sede unica dei concerti del programma principale —è infatti andato in scena un tributo a Davis, cui ha fatto seguito la proiezione della versione originale di Ascensore per il patibolo, film del 1959 di Louis Malle di cui lo tesso Davis scrisse ed eseguì, largamente improvvisando, la colonna sonora. Il tributo, intitolato In a Miles Way e interpretato da un ottetto di musicisti toscani capitanato dal batterista Franco Baggiani, aveva in programma una serie di brani provenienti perlopiù dal periodo di passaggio tra il quintetto storico e la svolta elettrica, arrangiati da Diego Carraresi. Determinante la spinta che Filippo Pedol al contrabbasso e Andrea Melani alla batteria davano a una musica dai soli forse troppo controllati e misurati —perfino Baggiani è parso meno esplosivo del solito —anche se con il pregio di conferire al repertorio una certa classicità. Completavano la formazione Marco Ortolani al sax contralto, Giacomo Downie al sax baritono, Stefano Scalzi, Francesco Cangi al trombone e Valerio Morelli alla chitarra.

Tutta al femminile la seconda serata, il 23 febbraio, aperta dall'atteso duo composto da Mariá Portugal e Marta Warelis, autrici di un concerto singolare e double face. Brasiliana la batterista, polacca la pianista, le due artiste sono unite dalla comune residenza in Germania e da uno spirito di esplorazione e sperimentazione che ha attraversato la loro performance. La quale è iniziata con rumorismi ricercati —fruscii sulle pelli e piccole percussioni per l'una, ricerca sulle corde per l'altra —e proseguita su territori astratti, con la pianista che guidava le danze eseguendo alla tastiera stilemi da contemporanea e la batterista che rispondeva usando la batteria con spirito coloristico, ma ha poi cambiato bruscamente scenario quando la Portugal ha iniziato a cantare, trasportando il repertorio nel campo della musica brasiliana. Interpretata certo in modo molto particolare, un po' straniante e dissonante, ma certo ben diversa dalla prima parte. In comune, un significativo virtuosismo da parte di entrambe, messo comunque al servizio di una musica in entrambe le sue facce molto densa. Concerto interessante e di alto livello.

Ben diverso, ma non inferiore qualitativamente, quanto proposto da The Tiptons Saxophone Quartet & Drums, lo storico quartetto di sassofoni al femminile fondato da Amy E. Denio e Jessica Lurie che da oltre trent'anni propone una musica festosa ed esuberante spaziante in mille direzioni diverse, al quale da qualche tempo si è aggiunta la batteria di Robert Kainar. Non che la formazione—completata da Sue Orfield al sax tenore e Tina Richerson al baritono —possa essere considerata mainstream, ma i momenti più liberi e inventivi trovavano spazio soprattutto negli assoli e in qualche singlare composizione della Lurie. Brillanti e vibranti i brani venati di funky e quello cantato dalla Denio, notevoli soprattutto i momenti in cui le quattro protagoniste si scambiavano le parti, magari muovendosi sul palco con mimica teatrale, conferendo al suono un corpo degno di una formazione più ampia e mostrando le notevoli doti tecniche di tutte e quattro le protagoniste. Discorso a parte per Kainor, per tutto il tempo a sensibile servizio del quartetto, "liberandolo" dall'esigenza di impiegarne una o più componenti per fornire la base ritmica, e che ha potuto mostrare tutta la sua abilità in un brano in solitudine.

Nelle due settimane che separavano la seconda dalla terza serata c'è stato spazio per due appuntamenti Off, la proiezione a sessant'anni dall'uscita del film di Michelangelo Antonioni Blow Up, la cui colonna sonora era stata composta da Herbie Hancock, e la conferenza di Enrico Merlin sul Miles elettrico. Il 2 marzo, sempre al Teatro Metastasio, è stata poi la volta di un doppio concerto di trii italiani, assai diversi l'uno dall'altro, ma entrambi con un disco in uscita.

Il primo era il trio del chitarrista pratese Francesco Zampini, completato dal contrabbassista grossetano Michelangelo Scandroglio e da uno dei maggiori batteristi della scena internazionale, lo statunitense Jeff Ballard, da tempo però residente in provincia di Firenze e anche per questo molto coinvolto nella crescita dei giovani musicisti locali (clicca qui per leggere una sua intervista). Dopo un anno di lavoro assieme, i tre sono usciti con il disco Somewhere, Everywhere, per Red Records, brani originali del chitarrista dal quale è stata tratta la scaletta del concerto. Zampini vi ha mostrato la propria padronanza dello strumento, suonato con l'abilità e la sicurezza di un veterano, anche grazie a composizioni che raccontavano storie aprendo spazi alla cantabilità, ma lo facevano grazie al lavoro sui dettagli che il chitarrista svolgeva tessendo elaborati arpeggi e sviluppando complesse variazioni, ben sostenuto da Scandroglio e Ballard, con quest'ultimo che ha svolto il proprio compito non solo a supporto, ma anche e soprattutto —spettacolo nello spettacolo —con continue e scoppiettanti invenzioni alla batteria, ora variando le modalità del tempo, ora con assoli più o meno lunghi, sempre di grandissima creatività. Un concerto a suo modo anche classico, ma molto vivace e stimolante.

Meno classico il trio successivo, EMEM, composto da Simone Graziano al pianoforte, Francesco Ponticelli al contrabbasso e Marco Frattini alla batteria. I tre lavorano a questo progetto da quasi due anni e già nel 2024 avevamo avuto occasione di vederli da vivo (clicca qui per la recensione del concerto alla Sala Vanni di Firenze); adesso, con l'omonimo disco EMEM in uscita per Auand, hanno riproposto la loro poetica con pochi aggiornamenti e un maggiore legante dovuto al rodaggio di quest'ultimo anno. Il concerto s'è aperto con una bellissima improvvisazione astratta, che fungeva da introduzione, ed è proseguito con i brani del disco, composizioni collettive anche quando nate dalla penna dell'uno o dell'altro, perché la caratteristica della formazione è proprio quella di lavorare assieme sulle bozze dei brani, aggiungendovi di volta in volta suggerimenti di ciascuno, fino ad avere pezzi che esprimano la sensibilità collettiva. Ne scaturisce una musica vibrante, che a momenti sembra originare atmosfere elettriche anche se è completamente acustica, nella quale manca la figura del leader e la direzione passa di mano in mano quasi spontaneamente. Una poetica che rinuncia a un percorso preciso, lirico e lineare, a favore di continui scarti e mutamenti, frasi e riff circolari che si accavallano, invenzioni sonore —per Graziano temporanee "preparazioni" del piano, per Ponticelli suoni atipici dello strumento, per Frattini effetti percussivi estemporanei —che tuttavia, grazie al lavoro di sviluppo pensato sui brani, finiscono per comporre anche un percorso narrativo. Una proposta molto interessante, questa di EMEM, che si propone come un'interpretazione particolarmente originale della formazione del piano trio.

L'8 marzo, posto idealmente a metà programma, è stata la giornata che il festival ha dedicato al secondo artista di cui si celebrava il centenario della nascita, John Coltrane. Al mattino, presso la Scuola di Musica Giuseppe Verdi l'ex direttore artistico Stefano Zenni ha svolto una delle sue belle conferenze parlando in dettaglio del suo capolavoro A Love Supreme. A seguire, presso la Biblioteca Lazzerini (dove il 26 marzo è stata presentata, sempre di Zenni, la nuova edizione aggiornata del libro Storia del Jazz. Una prospettiva globale, edita da Quodlibet), durante un Jazz Brunch il duo del sassofonista Giovanni Benvenuti e del chitarrista Andrea Mucciarelli ha proposto una serie di brani di Coltrane, selezionati alternando alcuni dei più noti con altri meno frequentati, suonati —vista la formazione —in modo scarnificato e talvolta anche originalmente riarrangiato, ma comunque apprezzabilissimi anche grazie alla bella voce del tenore di Benvenuti.

Infine, in conclusione di serata al Teatro Metastasio, il concerto di James Brandon Lewis ha rappresentato uno dei culmini del festival. Da anni ai vertici internazionale dei sassofonisti tenore e appena premiato come miglior musicista statunitense da Down Beat, l'artista afroamericano si è presentato alla testa del suo trio, forse la formazione in cui può esprimersi con maggiore libertà. Al suo fianco Josh Werner al basso elettrico e Warren Trae Crudup III alla batteria, con i quali il sassofonista ha presentato perlopiù brani provenienti dal recente Apple Cores (nel quale al posto di Crudrup c'è però Chad Taylor), basandosi soprattutto sull'apporto ritmico e timbrico del bassista, che ha con elegante naturalezza proposto ritmi e sonorità tratte dalla contemporaneità della musica nera, lasciando da parte ogni museale rispetto per la tradizione. A dispetto di ciò, Brandon Lewis ha suonato con una limpida chiarezza persino disarmante: dal suo tenore non è uscita un'imperfezione, neppure finalizzata a esigenze espressive, un suono distorto, un virtuosistico stridore. Protagonista assoluto del concerto —ruolo condiviso in altri contesti, per esempio con Aruán Ortiz —il sassofonista ha sviluppato pienamente la sua poetica particolare, fatta di fraseggi prolungati ma lontani dal tradizionale assolo, e invece basata su addensamenti e rarefazioni, tensioni ampliate e poi disciolte in passaggi quasi lirici, originale e lontana da ogni altra —anche se a momenti, sì, percepibilmente permeata dall'eredità di Coltrane —ma sempre incredibilmente sviluppata con una pulizia del suono tale da farla apparire algida. Questa percezione, all'interno di un concerto splendido, ha permesso a chi scrive di comprendere la personale poca predilezione per il pur eccellente tenorsassofonista, dovuta proprio alla sua talmente elevata perfezione tecnica e formale da farglielo apparire impersonale. Idiosincrasie che ciascuno si porta dietro, che è importante mettere a fuoco e che nulla tolgono al valore di un artista decisamente una spanna sopra la media dei suoi colleghi. Da segnalare, infine, un singolare breve solo nel quale Brandon Lewis ha proposto una divertente medley che riassumeva una serie di notissimi standard riannodandone uno dietro l'altro i temi guida.

Pochi giorni dopo, il 13 marzo presso la Scuola di Musica Giuseppe Verdi, è andato in scena il concerto del Groovin' High Bebop 5tet, formazione di giovani musicisti italiani nata per omaggiare quel bebop di cui tanto si parla, che spesso entra di soppiatto nella musica contemporanea, ma che di fatto è oggi un po' trascurato. Sostenuti da due artisti ormai affermati come Alessandro Lanzoni e Gabriele Evangelista, con la ritmica completata dalla batteria di Simone Brilli, è spettato soprattutto al sassofonista Lorenzo Simoni e al trombettista Mauro La Mancusa affrontare e riproporre in chiave aggiornata classici dell'epoca, a cominciare proprio da "Bebop" di Dizzy Gillespie, per proseguire con brani di Charlie Parker, Bud Powell, Dexter Gordon. In una sala anche sorprendentemente gremita (è in serate così che si capisce il livello di coinvolgimento del territorio di cui il festival è stato capace) la musica è sembrata fresca e coinvolgente, così da essere accolta con grande entusiasmo.

Lunedì 16 marzo, nuovo doppio concerto al Metastasio, con un altro omaggio a Coltrane e una formazione internazionale molto attesa. L'omaggio era quello espressamente richiesto dalla direzione artistica del festival a Francesco Bearzatti e Stefano Tamborrino —rileggere liberamente un altro capolavoro del sassofonista di Hamlet: Interstellar Space —che i nostri hanno intitolato "Interstellar Electro Space," in ragione dell'uso che entrambi hanno fatto dell'elettronica. Come nel caso di Coltrane e Rashied Ali, il lavoro è sembrato basarsi soprattutto su una serie di tracce orientative della creatività improvvisata sviluppata in corso d'opera; a differenza dell'originale, Tamborrino accanto a quanto sviluppato alla batteria —a momenti davvero impressionante —proponeva anche sonorità lanciate dal laptop e da altri strumenti elettronici, mentre Bearzatti in più momenti processava il suono del suo tenore con pedali elettronici, cosa che non è nuovo fare (si pensi ai suoi lavori sul rock o sui Led Zeppellin), ma che qui prendeva un significato artistico molto diverso. Un progetto interessante e un confronto più che dignitoso con l'inavvicinabile originale.

A seguire era in scena un artista non facile da ascoltare sui palcoscenici italiani: il sassofonista statunitense di origini filippine Jon Irabagon, affermatissimo e pluripremiato negli U.S.A., autore di numerosi album molto interessanti. Presente a MetJazz con una formazione di stelle che includeva lo straordinario pianista Matt Mitchell e il contrabbassista Chris Lightcap (impegnato però al basso elettrico), oltre al batterista Sam Ospovat, ha tuttavia almeno in parte deluso. Ciò perché la formazione, che riprendeva in parte il programma del recente disco Focus Out, è parsa avere un'identità timbrica ed espressiva imprecisa: un po' ripetitivo e timbricamente non efficacissimo Lightcap al basso elettrico; decisamente sprecato nei passaggi al Rhodes e penalizzato dal bilanciamento dei suoni quando era al pianoforte Mitchell; privo di momenti in primo piano Ospovat; interessante (ma non superlativo) nel suono e nei fraseggi Irabagon, la cui espressività appariva tuttavia un po' fuori luogo nel contesto generale. Cosicché, a parte qualche intenso passaggio del contralto del leader e un paio di splendidi assoli di Mitchell, il momento migliore è parso "Prayer," un brano in equilibrio tra la ballad e l'inno eseguito in duo dal sassofonista e dal pianista: un pezzo di bravura, certo, ma classicissimo e decontestualizzato rispetto al resto del concerto.

La conclusione del festival, lunedì 27 marzo, vedeva in scena Steve Coleman and Five Elements, formazione storica dell'artista afroamericano, una sostituzione più che degna del previsto Ahmed, poi saltato per l'annullamento della tournée europea della formazione. Il sassofonista ha dimostrato come talvolta l'età migliori il carattere: da sempre noto per essere schivo se non burbero, prossimo ai settant'anni si è invece presentato sul palco pronto a dialogare e a scherzare con il pubblico, concedendosi spontanee risate quando quest'ultimo faticava a rispondere ai riff vocali che chiamava nel brano conclusivo. Aldilà di questo, il concerto è stato molto bello, con una musica anch'essa meno tesa e nervosa che in passato, ma che conservava le caratteristiche tipiche di Coleman dai tempi della M-Base: base ritmica costante e decisa, a momenti fortemente irruente —qui nelle mani del bassista elettrico Rich Brown e del batterista Sean Rickman —, sulla quale il sax contralto di Coleman e la tromba di Jonathan Finlayson tessevano una fittissima rete di riff, più estesi quelli del leader, maggiormente frammentati e scoppiettanti quelli del trombettista. I due alternavano il lavoro in coppia —anche se non proprio un dialogo, comunque un intreccio —con quello solista, nel quale Coleman, pur non ripetendo certe prolusioni tese e intense che lo caratterizzavano a cavallo del passaggio di millennio, alternava momenti sostenuti ad altri più quieti, quasi dolenti, fraseggi circolari ad altri più lineari, con una varietà di stilemi sempre accoppiata con nitidezza di suono e chiarezza della narrazione. Non da meno Finlayson, dal timbro globalmente più squillante, la maggior frammentazione dei fraseggi del quale esaltava il contrasto con il compagno. Poco da dire sulla ritmica, perfetta per la poetica colemaniana e varia pur nella tipicità del modello.

Una conclusione emblematica per un festival che non ha in alcun modo sofferto il cambio di direzione artistica e che ha alternato star internazionali e interessantissimi artisti italiani e persino locali, in un programma vario ma sempre interessantissimo. Nota da non sottovalutare per la salute del jazz: il pubblico ha sempre immancabilmente affollato ogni appuntamento.

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