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Rob Mazurek: The Abstractivist
Courtesy Ariele Monti
Viviamo situazioni terribili, guerre e violenze che non hanno senso e da cui non sembriamo imparare mai. Il mio obiettivo è quello di portare energia, bellezza e amore per trasformare questo mondo in un futuro più utopistico forse ma necessario.
Rob Mazurek
Erede dello spirito rivoluzionario dell'AACM, per Mazurek una nota non è solo musica, ma un distillato di energia pura. Mazurek ci racconta perché l'improvvisazione oggi è più che mai un atto politico necessario per trasformare un mondo di guerre e violenze che non hanno senso, soffocato dai pixel e dal rumore dei media. Una conversazione profonda sul trasferimento di energia che lega ogni singola nota al battito del pianeta e dove ogni suono diventa visione.
All About Jazz: Spesso ti descrivi come un "astrattivista" (abstractivist), piuttosto che semplicemente come un musicista. In che modo questa mentalità cambia il tuo approccio al tuo strumento, che sia la tromba o la cornetta, rispetto a un musicista jazz tradizionale?
Rob Mazurek: In questo momento suono la tromba, ma sono un musicista che utilizza anche l'elettronica, i sintetizzatori modulari e, naturalmente, compongo. Sono anche un pittore, uno scultore e realizzo video e installazioni. Il mio approccio riguarda l'intero campo artistico. Uso il termine "astrattivista" perché ero molto legato al grande trombettista Bill Dixon, per il quale l'astrazione consisteva nell'arrivare all'essenza più pura di ogni elemento. Come lui, il mio sforzo artistico è teso ad astrarre le cose fino alla loro energia più pura, sia quando suono la trombache sia una nota o un milione di notesia quando compongo, dipingo o scolpisco. Tutta la mia pratica artistica consiste nel cercare di distillare le idee nella loro essenza per proiettarle in qualcosa che sia risonante e che parli d'amore.
AAJ: Quindi sia quando suoni la tromba che quando dipingiti esprimi attraverso uno stesso linguaggio?
RM: Assolutamente, è proprio così. È la stessa energia. Ho iniziato a suonare a 10 anni. A 15 ero ossessionato da Miles Davis e Lee Morgan. A 16 ho scoperto Sun Ra. Uso linguaggi diversi per la stessa idea. Per me, il suono è visione e la visione è suono. Quando suono, vedo forme e colori. Quando dipingo, il quadro non è finito finché non produce un suono per me. Deve risuonare. La parola chiave per me è risonanza. Quando qualcosa risuona, non solo nel suono ma anche nella visione, allora per me è il massimo.
AAJ: Passiamo al tuo nuovo quartetto, Earth, Sun, Sky, Cloud. Quali colori sonori cercavi quando hai scelto il vibrafono di Pasquale Mirra, il contrabasso di Ingebrigt Håker Flaten e Hamid Drake, che ha sostituito alla batteria Gerald Cleaver?
RM: L'idea per Earth, Sun, Sky, Cloud è nata da una mia scultura. Vivo a Marfa, in Texas, nel deserto del Chihuahua. Ho realizzato un'opera scultorea con specchi in alluminio posizionata in modo che, quando il sole sorge nel deserto, gli specchi ne catturino l'energia. Ho un'altra scultura che cattura il tramonto nello stesso momento. Se ti trovi nel punto giusto, ricevi la luce riflessa e ne senti l'energia risonante. Ho pensato che fosse un bel titolo per il quartetto perché siamo in quattro e ognuno di noi rappresenta uno di questi elementi: Terra, Sole, Cielo, Nuvola. Ma ogni persona li rappresenta tutti contemporaneamente. La Terra è la nostra stabilità, il Sole ci dà vita, il Cielo nella parte occidentale del Texas è immenso e le Nuvole sono in costante transizione. Ho scritto quattro nuove composizioni che intrecciano questi elementi in un insieme coeso.
AAJ: Questa musica è un modo per ristabilire una connessione con la natura in un mondo sempre più digitale?
RM: Esattamente. Il pensiero era proprio quello di riconnettersi con gli elementi basilari. Oggi nessuno ci pensa più, tutto è sugli schermi, tutto è informazione digitale. Il semplice atto di sentire i piedi per terra è qualcosa a cui penso ogni giorno. Svegliarsi e respirare è già una vittoria. Capire che il sole ci dà la vita è fondamentale. In quest'epoca, riconnettersi con questi elementi è di vitale importanza, e il quartetto aspira proprio a questo.
AAJ: L'AACM di Chicago ha un'eredità storica importante. Come porti avanti i suoi principi sperimentali e comunitari?
RM: Sono nato nel 1965, l'anno di fondazione dell'AACM. Questo ha avuto un grande effetto su di me. Credo fermamente nelle loro proposte, come il vivere una vita creativa senza compromessi. Non ho un altro lavoro, non insegno stabilmente. Mi concentro solo sul cuore e su come creare qualcosa di risonante per condividere energia. È un trasferimento di energia, proprio come quella che ci stiamo scambiando ora in questa intervista.
AAJ: Usi l'elettronica non solo come effetto, ma per dar vita a delle trame viventi che attraverano i tuoi brani. Come bilanci il suono acustico della tromba con i livelli e le stratificazioni sintetiche durante l'improvvisazione?
RM: Negli ultimi cinque o sei anni sono tornato a suonare esclusivamente la tromba e il piccolo tromba o trombino, insieme all'elettronica. Per me non c'è differenza tra un suono elettronico e uno acustico. Tutto è suono. Che io colpisca un campionatore, suoni una nota di tromba o urli nel microfono, è lo stesso trasferimento di energia derivato da un vocabolario che sviluppo da cinquant'anni. Cerco quel trasferimento di energia sia nella musica complessa che in quella semplice.
AAJ: Come pittore parli spesso di "stratificazione" (layering). Il tuo processo compositivo segue gli stessi passi di un pittore sulla tela?
RM: Sì, è molto simile. Spesso trovo le idee migliori camminando. Scrivo una melodia su un pezzo di carta, la registro, la ascolto e poi inizio a disegnare. Dal disegno passo alla pittura, poi fotografo il quadro e lo inserisco in un programma che lo anima in base al suono che produco. Estraggo dei fotogrammi da quell'animazione per creare quelle che chiamo stampe sonore (sound prints). È un processo ciclico e perpetuo. Devo creare per poter restare su questo pianeta.
AAJ: La tua esperienza in Brasile ha influenzato profondamente il tuo suono. Cosa ti hanno insegnato la Tropicália e l'avanguardia brasiliana?
RM: Mi sono trasferito in Brasile nel 2000, vivendo prima a Manaus, in Amazzonia. Lì raccoglievo suoni della foresta, dai respiri al vento, fino alle scimmie urlatrici e ai pesci elettrofori. Poi a Brasilia ho incontrato il compositore Guilherme Vaz, una sorta di Cecil Taylor locale. A San Paolo ho formato il gruppo "São Paulo Underground" in un ambiente più hardcore punk. A Rio ho collaborato con Marcello Camelo e Mallu Magalhães in un contesto più Bossa Nova. Artisti come Nuno Ramos mi hanno influenzato molto con l'idea della stratificazione estrema. I suoi quadri possono sporgere dal muro anche di un metro per quanta informazione contengono. Questa idea di stratificazione lirica è presente sia nel progetto "Chicago Underground" che nella "Exploding Star Orchestra."
AAJ: Qual è la sfida più grande nel dirigere un ensemble numeroso come la Exploding Star Orchestra mantenendo una visione libera e cosmica nello stesso tempo?
RM: La fiducia. Ho assoluta fiducia nei musicisti che suonano con me. Non voglio che facciano quello che voglio io, voglio che portino la loro personalità nel materiale che offro loro. La sfida è trovare le persone giuste che capiscano questo approccio.
AAJ: Qual è il tuo rapporto con l'Italia e la scena jazz italiana?
RM: Amo l'Italia. La mia prima volta qui è stata 25 o 30 anni fa per un concerto organizzato da Giuseppe Vigna. Continuo a tornare grazie a promotori fantastici e musicisti come Gabriele Mitelli, con cui ho un bellissimo duo. Suonare con Pasquale Mirra, Danilo Gallo, Fabrizio Puglisi e altri musicisti italiani è perfetto per me perché condividiamo la stessa sensibilità e lo stesso desiderio di trasferimento di energia.
AAJ: Dopo tanti anni di esplorazione, c'è un territorio sonoro che non hai ancora raggiunto?
RM: Cerco qualcosa che risuoni e che riesca a rompere la barriera dei media e del consumismo capitalistico che ci assale. La mia musica vuole aprire un varco per farti sentire i piedi sul pavimento, per farti sentire in relazione con il mare, il cielo e le stelle. È ciò di cui parlavamo all'inizio: trovare tutto negli elementi di base per elevare lo spirito.
AAJ: La tua musica è un atto politico?
RM: Sì, ogni atto è politico. Se non lo fosse, saresti uno zombie a cui non importa di nulla. Viviamo situazioni terribili, guerre e violenze che non hanno senso e da cui non sembriamo imparare mai. Il mio obiettivo è quello di portare energia, bellezza e amore per trasformare questo mondo in un futuro più utopistico forse ma necessario. L'avanguardia è necessaria. E troppo spesso è ciò che sta ai margini che deve sollevarsi per proiettare bellezza. Ogni essere umano ha la responsabilità di cercare di portare una luce. Nel mio piccolo, è quello che cerco di fare.
AAJ: C'è un musicista del passato o del presente con cui avresti voluto, o vorresti, suonare?
RM: Mi viene in mente Cecil Taylor, e avrei voluto discutere con Iannis Xenakis. Gli Autechre sono uno dei miei gruppi preferiti di sempre, fare qualcosa con loro sarebbe un sogno. Ma onestamente, suonando con Hamid Drake e Pasquale Mirra, Ingebrigt Håker Flaten o Gerald Cleaver, sento di essere già con le persone migliori con cui potrei suonare in questo momento.
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